Guanti bianchi
Tieri Filippin
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Italian 10/01/2017
Editor: Nulla Die  
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Abstract
L’iconografia più ricorrente dell’emigrazione italiana in Belgio nel secondo dopoguerra si riassume spesso nell’allocuzione “musi neri” che indica migliaia di minatori impiegati nelle viscere della terra per estrarre carbone necessario alla ripresa industriale di un’Italia distrutta dagli eventi bellici. Ma, fortunatamente, non tutto fu “nero”, come sta a indicare il titolo del primo romanzo di Tieri Filippin “Guanti bianchi”, quasi in antitesi con il mondo buio della miniera. Nato a Bruxelles, figlio di emigrati bellunesi in terra belga, l’autore porta alla luce una vicenda d’emigrazione meno triste del consueto, ovvero quella di due giovani sposi, Rosa e Filippo, che si trovarono a lavorare in qualità di domestici al servizio di famiglie facoltose. Il mondo di Rosa e Filippo appare qui ovattato, rispetto a quello della miniera dove risuonavano i rumori degli ascensori, le sirene e lo sferragliare dei vagoncini carichi di carbone. Dentro l’atmosfera austera di un castello ottocentesco i ritmi e gli stili di vita dei due giovani cambiano radicalmente. Non c’è più quello dell’ambiente contadino, vissuto nelle famiglie di origine, che a nessuna regola obbediva se non a quella del passo cadenzato e sempre uguale delle stagioni. Per Rosa e Filippo tutto cambia a contatto con i componenti della famiglia al cui servizio trascorrono quattro anni toccando spesso con mano vizi, virtù, usi e tradizioni di persone completamente diverse da loro, ma non solo perché appartenenti a ceti sociali diversi. La differenza maggiore, marcato dallo sviluppo della trama del romanzo, consiste nel fatto che il paese d’origine, ai piedi delle Dolomiti, quasi scompare se messo a confronto con la grande città belga poco distante dal castello. La sobrietà della vita contadina, all’inizio, sembra loro un’inutile condanna che non doveva più essere vissuta. Men che meno se si è giovani e pieni di speranza nel futuro. La vita in “guanti bianchi”, però, ha risvolti che prima o dopo affiorano e confliggono con l’animo semplice di Rosa e Filippo che non riescono e non possono barattare il grigio panorama della Vallonia con la luce del sole che illumina ogni giorno le pareti delle loro montagne. Così, se l’amore quasi sempre trionfa, questa volta la vittoria arriderà ai due giovani, sia grazie al vincolo d’amore che li tiene uniti, ma anche grazie a quella incancellabile nostalgia che ha sempre segnato la vita dell’emigrante e che deriva da uno sconfinato amore per la propria terra. Come si concluderà il romanzo? Con un finale che Tieri Filippin serve al lettore in “guanti bianchi”, ovvero con immagini delicate e poetiche che, almeno questa volta, chiudono felicemente una storia d’emigrazione.
Dino Bridda
direttore responsabile di “Bellunesi nel mondo”
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